Year: 2005
Type: book-review
Abstract: La calata dei Longobardi in Italia nel 568 rappresenta per molti storici il punto d'inizio di una fase di decadenza, uno spartiacque di due secoli che avrebbe aper- to la strada a una nuova identitàsociale, istituzionale e linguistica -non più "romana" ma "italiana."La dominazione longobarda è costantemente definita nei manuali scolastici secondo le linee guida di un periodo in cui la complessità cul- turale del mondo tardoantico si era ridotta al punto da riportare l'Italia indietro di secoli, a una tale condizione di abbrutimento per cui l'oralità prevaleva sulla scrit- tura.Eppure diviene insostenibile, al giorno d'oggi, il topos di un alto medioevo italiano in cui tutte le attività culturali fossero confinate ad una ristretta élite di chierici: la "rinascenza carolingia," per esempio, si fonda su modelli già in auge presso la società longobarda in Italia.Il volume di Nicholas Everett nasce proprio dall'inadeguatezza dei paradigmi appena ricordati di fronte alla testimonianze documentarie oggi a nostra dispo- sizione.In particolare, risulta difficile giustificare la fine improvvisa dell'alfabetiz- zazione in Italia nel VI secolo di fronte a una lunga tradizione letteraria che anco- ra nel V-VI secolo produsse campioni del calibro di Boezio, Cassiodoro ed Ennodio.La dicotomia "romani/germani," i primi animati da una cultura orale più semplice sostenuta da gran parte della scuola italiana del XX secolo, è secondo Everett difficile da credere: la venuta dei Longobardi semmai avrebbe catalizzato certi processi già in atto, quali l'integrazione fra civili e militari, la decentralizzazione delle istituzioni e la crescente importanza della proprietà terriera.Il primo capitolo analizza le cause della decadenza culturale verificatasi in Italia durante la dominazione degli Ostrogoti e dei Bizantini.I cambiamenti socioeconomici sopraggiunti dal IV al VI secolo si possono giustificare solo in parte con gli sconvolgimenti climatici che i dati archeologici hanno evidenziato; più credibile sembra invece la spiegazione di un declino intellettuale accelerato dalla forte emorragia demografica che conseguì dalla lunga guerra gotica (15-19).L'Italia di questi secoli, infatti, assistè al definitivo scollamento, nelle arti liberali, fra un ormai moribondo quadrivium e un trivium così astratto e specializzato alla sola retorica, da divenire appannaggio di un'elite sempre più ristretta.La vacuità di forme (ridotte, nella pratica scolastica, agli sterili esercizi delle dedamariones, delle controversiae e delle suasoriae) e la scarsa funzionalità dei generi canonici, anche se su un versante diedero vita agli ultimi nobilissimi singulti della cultura classica, i cui esponenti della levatura di Simmaco, Boezio, Cassiodoro ed Ennodio riuscivano ancora a regalare alla tradizione occidentale gli estremi capolavori della classicità greco-latina, sull'altro, proprio a causa del fallimento di tale aristocrazia romana nell'integrazione sociopolitica con la nuova classe dominante (Simmaco e Boezio furono giustiziati non senza il beneplacito del senato, Cassiodoro ed Ennodio si ritirarono a vita monastica) fecero sì che qualsiasi tipo di produzione Quaderni d'italianistica.Volume XXVI, No. 2, 2005, 105 Recensioni letteraria che fosse in linea con la tradizione venisse percepito come progressivamente obsoleto.In Italia, dunque, una preparazione retorica astratta giovava poco a un ceto dirigente che aveva ormai consumato il divorzio (perlomeno intellet- tuale) con il mondo orientale e che invece doveva dedicarsi ai problemi di una nuova realtà politica, come quella del regno ostrogoto, più centralizzata e milita- rizzata.Ma la validità etica e pratica dell'insegnamento tradizionale viene ulterior- mente messa in crisi dalla polemica iniziata da Girolamo e Agostino.Il celeberri- mo adagio del vescovo di Ippona ("Melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi") prende di mira non tanto la sostanza, quanto la forma del- l'eloquenza in lingua latina: prova ne è la Régula benedettina, la quale, seppur carica di volgarismi morfologici e sintattici, è tuttavia il frutto di una tradizione giuridica romana ruminata a lungo, come si può senza dubbio verificare dall'im- pressionante esattezza della terminologia legale.E d'altronde alla vita monastica si votavano spesso uomini già dediti a quella amministrativa: per tutti valga la già ricordata la vicenda di Cassiodoro, il quale, dopo aver scritto la più famosa summa di eloquenza del VI secolo (le Variae e le Imtitutiones) , si ritira a Squillace dove fonda il monastero di Vivarium.Per Everett, dunque, i secoli di transizione dalla fine dell'Impero d'Occidente all'instaurazione del regno longobardo forono caratterizzati da un processo di "desecolarizzazione" {de-secularisation), in cui alla cul- tura dei libri subentrò una cultura del Libro, con iniziative, quali quella di Gregorio Magno volte allo studio e all'esegesi biblica.
Source: Quaderni d italianistica
Institution: Concordia University
Language: English
Subfield: Classics
Field: Arts and Humanities
Domain: Social Sciences
Open Access status: bronze
OpenAlex ID: W1898049896
