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Lazzaro e la riscrittura pirandelliana del mito biblico

Year: 1993
Type: article
Abstract: Scritto o perlomeno già compiutamente ideato fin dal 1926quindi parallela- mente alla Nuova colonia, prima opera della trilogia mitica'il Lazzaro fu poi compiuto nell'estate del 1928, quando in soggiorno a Viareggio Pirandello ne fece la prima lettura ad un gruppo di amici.Andò poi in scena il 9 luglio 1929 al Royal Theatre di Huddersfìeld, nella versione inglese di C.K. Scott-Moncrieff, e fu infine portato nei teatri italiani dalla Compagnia di Marta Abba solo nel dicembre di quello stesso anno, come era successo anche con altri drammi piran- delliani, che in quegli stessi anni erano stati rappresentati prima all'estero che in Italia.^Il mito pirandelliano fin dal suo primo apparire causò accese polemiche negli ambienti cattolici, che lo accusarono di demolire le verità fondamentali dell'edu- cazione cattolica e della fede cristiana (Giudice 529-30).Lo scrittore, da parte sua, aveva precisato fin dall'inizio nell'intervista rilasciata a Romano Orioli che, se il suo intento era senza dubbio religioso, per concretizzarlo in forma artistica e per renderlo valido all'uomo d'oggi, aveva dovuto trasformare l'evento biblico attingendo a modelli psichici universali di chiara matrice archetipica: Ho scritto [. ..] un Lazzaro moderno .... Nulla è fissato storicamente.Perciò non potevo attingere al Lazzaro del mito ebraico, ma a un Lazzaro dei nostri giorni.[. ..]Ma come fu nel mito ebraico, il problema religioso di Lazzaro può ripresentarsi sempre alla coscienza degli uomini.[. ..]Un moderno non può che superare il tra- scendentalismo ed è perciò che infatti io ritomo al mito religioso, ma attraverso l'immanenza dello spirito.L'insistenza, appunto, sul fatto che "il problema religioso di Lazzaro può ripre- sentarsi sempre alla coscienza degli uomini" (Orioli), ritornerà poi anche nella Premessa alla prima edizione (1929): Non è il Lazzaro biblico.È il mito di Lazzaro in ciò che ha di etemo: il valore spiri- tuale, supremo della resurrezione per cui può essere di ieri come di oggi.È un Laz- zaro di oggi.(Massi 8) Visto in questa luce, è chiaro che nel processo di rigenerazione che dall'indivi- duo passa poi alla società l'esperienza religiosa di questo tipo è la prima a cui si va incontro e questo spiegherebbe perché, nonostante La nuova colonia fosse sta- ta scritta e rappresentata prima del Lazzaro, Pirandello invertì in un secondo QUADERNI d'italianistica Volume XIV, No. 1, 1993 Anna Meda tempo l'ordine dei primi due miti in una Nota apparsa su Nuova Antologia il 16 dicembre 1931.In tale occasione, con la pubblicazione concomitante del primo atto dei Giganti della Montagna dal titolo / fantasmi, Pirandello forniva una prima sistemazione alla sua trilogia mitica che, trascurando l'ordine cronologico di composizione delle opere, le elencava con il Lazzaro come punto di partenza del proprio discorso mitico e come recupero di quella matrice archetipica del mito ebraico su cui innestare la propria riscrittura.Campagna e città e la dicotomia di vita e non-vita L'opposizione antifrastica tra campagna e cittàtopos che ricorre come un ve- ro leitmotiv in tutta l'opera pirandelliana e che già nella Nuova colonia si confi- gurava nel contrasto tra isola e porto di marenel Lazzaro è portata avanti da vari personaggi anche minori, quali per esempio Deodata la governante, ma riceve la sua espressione più compiuta nelle parole di Sara: Di qua si vede la cittànon potei più guardarla [. ..]. L'odio di quelle chiese, di quelle case, e il tribunale . . .tutto! [. ..]Buttai via tutto e mi feci contadinacontadina qua, sotto il sole, all'aperto![. ..] quest'uomo [Arcadipane . ..] impedì che mi dannassi, insegnandomi le cose della campagna, la vita, la vera vita che ha qui, fuori della città maledetta, la terra.(11 98-99) Dove alla luce dello spazio aperto, che consente a mente e corpo di espandersi e fiorire, si contrappone il senso di chiusura e di oppressione della "città maledet- ta", epitome con le sue chiese, le sue case ed i suoi edifici pubblici, primo fra tutti il tribunale, della società organizzata secondo leggi che controllano e opprimono.Si noti come la città assuma per Sara il significato di simbolo del potere dei Padri.Nel discorso di Sara, infatti, le chiese stanno per la religione istitu- zionalizzata piuttosto che essere simboli di fede, mentre le case e il tribunale si prefigurano essenzialmente come la sede del potere patriarcale nella famiglia e nelle leggi.La città per Sara s'identifica, quindi, all'interno della diade campa- gna-città con il regno dei Padri, percepito come fondamentalmente ostile al Femminile.Alla luce della percezione del personaggioche è portatore del messaggio di fondola città significa, dunque, un totale snaturamento dei va- lori più autentici della vita e, per chi vi vive, uno stato di esilio dalla vita.La "vita vera" è, invece, quella della terra: il "crescere", il "fiorire" e il "fruttare" e, come dice il personaggio: "la gioja della pioggia che viene a tempo; e l'afflizione della nebbia che brucia gli olivi sul fiorire" (1 199).La terra, quindi, è percepita come natura provvida, come Madre fertile e dispensatrice di bene e di nutrimento.Sul podere, microcosmo che però concentra e riassume la totalità dell'universo, viene proiettato l'archetipo della Natura come Terra Madre.Qui il tempo storico è sospeso e prevalgono lo spazio e la temporalità mitici: cessato di esistere il sociale inteso come sovrastruttura, ciò che conta sono solo più l'Uomo, la Donna, i Figli e la Terra uniti in una condizione di participation mystique, non più individui, ma tipi umani, la cui unica differenziazione è il ruolo che svolgono
Author: Anna Meda
Language: Italian
Open Access status: bronze
OpenAlex ID: W2206629659
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Cites: 2
Cited by: 25
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